Le grandi trasformazioni umane raramente arrivano con il clamore e la violenza delle rivoluzioni. Arrivano in silenzio, entrano nelle abitudini, si infilano nei gesti quotidiani, cambiano il linguaggio, modificano i tempi dell’attenzione. E quando finalmente le notiamo, sono già diventate normalità.
Come le metamorfosi nel regno animale.
Ma quelle le determina la natura.
Lo smartphone non è solo un dispositivo tecnologico. È un ambiente evolutivo.
Abbiamo modificato intorno a questo oggetto da cui non riusciamo a staccarci il modo di informarci, di ricordare, di discutere, di relazionarci, di desiderare e perfino di percepire noi stessi.
Non siamo internet, ma siamo l’internet che usiamo.
Non consultiamo più internet: viviamo dentro internet.
E dentro questo ambiente è nato un nuovo soggetto umano che ho chiamato Homo Googlis.
Non mi riferisco a chi semplicemente usa internet. Sarebbe troppo comodo e semplicistico.
Homo Googlis è l’essere umano che ha progressivamente delegato agli algoritmi funzioni cognitive essenziali: la memoria, l’orientamento, la verifica delle informazioni, la selezione delle priorità, la gestione delle relazioni, la percezione della propria reputazione.
Il problema non è tecnologico. È antropologico.
Per la prima volta nella storia, una parte rilevante dell’esperienza umana viene mediata da sistemi costruiti per catturare attenzione, raccogliere dati e prevedere comportamenti.
L’Homo Googlis vive in un ecosistema dove la velocità vale più della riflessione, la reazione più della comprensione, il titolo più del contenuto, la conferma più del dubbio. Non legge: scorre. Non approfondisce: reagisce. Non ricorda: cerca. E soprattutto, confonde l’accesso all’informazione con la conoscenza.
Nascono così fenomeni apparentemente ironici ma molto seri: la dismorfia da Wikipedia, l’autodiagnosi costruita sui commenti Facebook, le fobie da disconnessione e altre patologie.
L’algoritmo non crea queste debolezze. Le amplifica, perché il vero prodotto delle piattaforme non sono i contenuti. Sono i comportamenti prevedibili.
La domanda allora non è più quanto siamo connessi. È quanta parte della nostra identità è ancora veramente autonoma. Abbiamo accettato una metamorfosi per adattarci alla macchina. E l’abbiamo chiamata evoluzione.
L’idea di Homo Googlis nacque dall’osservazione di nuovi comportamenti e dall’applicazione della privacy nella mia professione.
Con il tempo ho capito che avevo dato un nome al frutto di una metamorfosi su base volontaria per adattarci alla macchina.
Non come un bruco diventa farfalla.
Non come il girino diventa rana.
Non come si è allungato il collo della giraffa.
L’abbiamo voluto noi.
E non ci siamo fermati neppure quando abbiamo iniziato ad accorgercene. Benvenuto Homo Googlis




