Quando abbiamo smesso di ricordare

Dalle cartine stradali ai numeri di telefono: la memoria affidata alle macchine.

C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui partire per un viaggio richiedeva una preparazione diversa. Si controllava la macchina, olio, gomme, si prendevano le chiavi di riserva, qualche banconota per il casello, i gettoni per telefonare, perché non si sa mai, e d era vietato dimenticare la cartina stradale.

Chi ha qualche anno in più la ricorda bene: grande, piena di pieghe, difficile da richiudere e destinata a non tornare mai come prima. Non era un pezzo di carta. Era il navigatore dell’epoca.

Prima di partire, si guardava il percorso, si cercavano paesi e uscite, si decideva la strada. A volte si sbagliava. Si prendeva una deviazione, si chiedevano indicazioni a un passante, ci si fermava a un bar. E, proprio da quegli errori, nascevano spesso gli episodi che poi si raccontavano per anni.

Oggi il viaggio è diverso.

Il telefono ci dice dove andare, quanto manca, dove c’è traffico, dove fermarsi e persino quale corsia prendere. È una conquista straordinaria. Ci fa risparmiare tempo, evita errori, rende più semplice spostarsi e, probabilmente, ha cambiato anche il nostro rapporto con lo spazio.

Molte persone arrivano a destinazione senza sapere davvero dove siano passate. Hanno seguito una voce meccanica. Svolta a destra. Tra duecento metri mantieni la sinistra. Rotatoria. Uscita e sei a destinazione.

Ma hai una memoria del viaggio? Del percorso? Di chi potevi incontrare?

In ogni caso ti sono rimasti i selfie che hai inviato a mezza rubrica e spammato su WhatsApp insieme alla foto del panino in autogrill postata a metà percorso.

Qualcosa di simile è successo ai numeri di telefono.

Una volta si ricordavano non perché fossimo più intelligenti, ma perché era necessario. Il numero di casa, quello dei nonni, degli amici, del lavoro, della zia che abitava lontano.

Alcuni li portiamo ancora in testa dopo decenni.

Provate a fare una prova semplice. Quanti numeri sapete a memoria oggi?

Molti scoprono di non ricordare nemmeno quello dei figli, del partner o del collega con cui parlano ogni giorno.

Ma non è tutta colpa nostra. È cambiato il sistema.

Abbiamo affidato la memoria ai dispositivi. Loro ricordano al posto nostro: numeri, indirizzi, compleanni, appuntamenti, percorsi, liste della spesa, fotografie.

Ed è una comodità enorme.

Ma ogni comodità ha anche un effetto collaterale: ciò che non esercitiamo tende a indebolirsi.

Lo vediamo anche con le fotografie. Una volta il rullino costava, gli scatti erano pochi e ogni immagine aveva quasi un valore. Oggi facciamo centinaia di fotografie in pochi giorni. Conserviamo tutto e, paradossalmente, ricordiamo meno.

Più archivio. Meno memoria.

Persino il senso dell’orientamento sembra cambiato. C’è chi riesce a raggiungere un posto dieci volte seguendo il navigatore e non saprebbe tornarci senza telefono.

Qualcuno sorriderà leggendo queste righe. Ma proviamo a pensarci: una volta perdersi era quasi normale. Oggi ci infastidisce.

Eppure, perdersi aveva un valore.

Costringeva a guardare. A osservare cartelli, strade, paesi, persone. Oggi spesso guardiamo soltanto lo schermo.

Non è una critica alla tecnologia. Sarebbe ingeneroso e anche poco realistico. Nessuno rimpiange davvero il traffico senza informazioni, le cartine impossibili da piegare o le telefonate da cabine pubbliche.

Abbiamo guadagnato moltissimo. Velocità, precisione, comodità.

Ma forse abbiamo perso qualcosa di piccolo e silenzioso: l’abitudine a ricordare.

Perché una volta la memoria stava nella testa delle persone. Oggi una parte importante vive nella tasca.

E, forse, molti dei ricordi che pensiamo di avere non li ricordiamo davvero.

Sappiamo soltanto dove trovarli.

È uno dei tratti di Homo Googlis.

Non un essere umano meno intelligente, ma un essere umano che ha progressivamente trasferito all’esterno alcune delle proprie funzioni cognitive.

Prima abbiamo affidato alla macchina i calcoli. Poi gli indirizzi, i numeri, gli appuntamenti, i percorsi, i ricordi. Oggi cominciamo ad affidarle anche le parole, le risposte e, qualche volta, le decisioni.

La questione non è stabilire se tutto questo sia giusto o sbagliato.

La domanda è un’altra.

Quanto di ciò che prima sapevamo fare vogliamo ancora continuare a saper fare?

Perché la tecnologia può ricordare per noi.

Ma non è affatto certo che ricordare e sapere dove cercare siano la stessa cosa.

Immagine di Avv. Gianni dell'Aiuto

Avv. Gianni dell'Aiuto

Avvocato cassazionista

Secret Link