Chi è l’uomo dopo Internet?
Una riflessione a margine dell’Enciclica Magnifica Humanitas sulla persona umana nell’epoca dell’intelligenza artificiale.
Santità,
ho letto con estremo interesse la Vostra Magnifica Humanitas. La rileggerò ancora, e sono certo che ogni volta troverò nuovi spunti e riflessioni per l’uomo di cui Voi parlate, ma senza farne il nome.
Perdonatemi l’ardire, ma il nome c’è.
Nelle Vostre parole ho trovato una riflessione necessaria sulla centralità della persona umana in un’epoca in cui la tecnologia rischia di essere considerata non più uno strumento, ma un fine. Forse quello ultimo di una società che guarda alla comodità, al delegare, alle scorciatoie. E all’immagine. All’apparire che supera l’essere. La forma sopra la sostanza.
Condivido la Vostra preoccupazione.
Condivido l’idea che l’uomo debba tornare al centro.
Condivido il richiamo alla dignità della persona e alla necessità di governare la tecnologia senza esserne governati.
E occorre molta saggezza per interpretare ciò che è nuovo, specialmente quando è il nuovo a voler reinterpretare noi.
Tuttavia, permettetemi una riflessione che nasce da anni di osservazione del comportamento umano nell’era digitale. So che non è il lavoro, e forse neppure il compito, di un avvocato. Ma su questo tema ho scritto, studiato e costruito un sistema di pensiero che mi ha convinto che esistono domande che non possono più attendere le risposte.
Ma prima occorre porsele.
La Chiesa ha affrontato il rapporto tra Dio e l’uomo. Ha affrontato il rapporto tra l’uomo e la macchina. È giusto; è il suo ruolo, è la sua missione.
Ma oggi è chiamata ad affrontare una domanda che in pochi sembra si siano posti e che è scomoda: chi è l’uomo dopo Internet? È lo stesso uomo conosciuto dalla Creazione in poi? È quell’uomo che ha costruito le piramidi, il Colosseo, ha creato la filosofia, la democrazia, le arti?
Io credo di no.
Leone XIII, nella Rerum Novarum, scriveva per un uomo preciso: il bracciante, l’operaio, il corpo sfruttato dalla prima rivoluzione industriale. Un uomo che soffriva fisicamente, che aveva bisogno di protezione materiale, di giustizia sociale, di dignità nel lavoro. Era l’Homo Faber che costruisce con le mani e che dalla fatica traeva identità.
Voi, Santità, scrivete per l’Homo Sapiens, l’essere che ragiona, che valuta, che sceglie. Un uomo consapevole, capace di discernimento, degno di tutela proprio perché dotato di intelletto e libertà. È il soggetto che la dottrina sociale della Chiesa ha sempre presupposto, e giustamente difeso.
Ma tra quell’uomo e oggi si è inserita una mutazione che la teologia non ha ancora nominato.
Non è l’uomo che soffre nel corpo. Non è l’uomo che ragiona con l’intelletto. È l’uomo che scrolla, che clicca, che delega, che confonde la velocità con il pensiero e la notorietà con la verità. Un uomo che non ha perso la dignità, ma che sta perdendo la capacità di esercitarla. Che non è stato privato della libertà ma che la cede volontariamente, a colpi di clic, in cambio di comodità e approvazione.
Questo uomo non compare nella Rerum Novarum perché non esisteva ancora. Non compare pienamente nella Magnifica Humanitas perché è difficile da vedere quando si guarda ancora all’Homo Sapiens che si vorrebbe difendere.
Ma esiste.
Io l’ho chiamato Homo Googlis.
Non è una metafora e non è una caricatura.
È una nuova condizione umana; forse una nuova figura antropologica o, non escludiamolo, una nuova specie. È il risultato di una vera e propria metamorfosi per adattarsi alla macchina. Il collo della giraffa si è allungato per raggiungere il cibo. Il bruco diventa farfalla perché la natura segue il suo corso.
L’essere umano si è trasformato per adattarsi alla macchina e non per sopravvivere. Per comodità. Per rinunciare alla sfida. Per delegare la fatica.
Ed è qui che la trasformazione si fa inquietante.
L’Homo Googlis ha sviluppato nuovi comportamenti, nuove abitudini e persino nuove malattie che il suo predecessore non conosceva: dipendenza da connessione, ansia da esclusione digitale, perdita della capacità di concentrazione, paura del silenzio e della solitudine.
Non sono disturbi dell’anima. Sono patologie di una specie e del suo habitat. Luciano Floridi, filosofo dell’informazione, ha coniato il termine onlife per descrivere questo nuovo spazio: l’uomo contemporaneo non è più online o offline. Vive in uno spazio ibrido e continuo in cui il confine tra reale e digitale è scomparso. E un habitat nuovo produce inevitabilmente una specie nuova.
Voi, Santità, richiamate con forza che i dati debbano essere beni universalmente destinati a tutti e non concentrati nelle mani di pochi. È un principio giusto e necessario. Ma c’è una domanda che viene prima: l’uomo sa di produrli?
L’Homo Googlis lascia tracce di sé in rete con la naturalezza con cui un tempo si inginocchiava nel confessionale. Confessava i propri peccati sapendo di farlo, scegliendo di farlo, consapevole del peso di ciò che diceva. Oggi confessa preferenze, paure, desideri, fragilità, relazioni e persino i silenzi, le pause tra un clic e l’altro, i contenuti guardati e non commentati, le ricerche fatte di notte, a un sistema che non assolve e non giudica. E non dimentica.
E questo nuovo uomo agisce senza consapevolezza, credendo di poter ancora scegliere. Senza capire che quella confessione continua, involontaria e perpetua, sta costruendo il suo ritratto più preciso di qualsiasi esame di coscienza.
Il dato non è una risorsa astratta da redistribuire. È la sostanza più intima dell’essere umano, ceduta in frammenti invisibili a ogni gesto digitale. E chi la raccoglie non la usa per il bene comune: la usa per prevedere, orientare, condizionare.
Non si governa ciò che non si vede. E l’Homo Googlis non vede ciò che lascia.
E in questo nuovo habitat è emersa una tentazione antica in forma nuova. C’è chi delega alla macchina ciò che un tempo delegava alla preghiera. Chi chiede all’algoritmo certezze che un tempo cercava nella fede, nella filosofia, nella comunità. La macchina risponde sempre, non giudica, non chiede sacrificio, non impone silenzio.
È disponibile, rapida, rassicurante. Ed è proprio questo il punto che vorrei sottoporre alla riflessione.
La macchina risponde. Non domanda.
Non si pone dubbi se non quelli tecnici essenziali.
L’intelligenza artificiale ottimizza, combina, riproduce, simula. Può simulare sentimenti, riprodurre stili, generare emozioni plausibili. Ma non introduce nel mondo ciò che non c’è. Mozart, Leonardo, Caravaggio, Einstein non erano ricombinazioni del passato: erano rotture. Il genio è imprevedibile per definizione. L’AI risolve i problemi che le vengono posti. Ma non sa porseli.
L’intelligenza artificiale non potrà mai avere il genio.
Questa irriducibile capacità unicamente umana è la più potente risposta alla domanda che la Vostra enciclica pone: cosa resta all’uomo? Gli resta tutto quello che nessuna macchina potrà mai fare, perché nessun dato lo contiene.
E non è poco.
Se vogliamo custodire la dignità dell’essere umano, dobbiamo avere il coraggio di osservare senza paura le trasformazioni che lo stanno attraversando. La sfida non è soltanto difendere l’uomo dall’intelligenza artificiale. È comprendere ciò che l’uomo è già diventato prima ancora che l’intelligenza artificiale completasse l’opera.
E chiedersi quale teologia, quale filosofia, quale diritto sappiano parlare a un uomo che nasce, cresce, pensa e muore in uno spazio che non è più né fisico né digitale, ma entrambi insieme.
Io ho chiamato questa trasformazione Homo Googlis. La domanda che essa pone è reale e riguarda non soltanto la tecnologia e l’antropologia, ma la filosofia, il diritto e, anche, la teologia.
Voi richiamate San Paolo che ci ricorda di essere attenti a come si costruisce; ci prenderemo le nostre responsabilità. Ma l’uomo nuovo è già stato costruito; esiste, è connesso. Ma va ancora capito.
La domanda su chi sia l’uomo oggi, o che cosa sia diventato, non può aspettare che l’intelligenza artificiale finisca per rispondersi da sola. Tocca a noi porla, e porla adesso.
Ma per tessere occorre sapere con quale filo si lavora. E quel filo ha un nome che nessuna enciclica ha ancora pronunciato: il dato. Non una risorsa. Un frammento di umanità che l’uomo cede senza saperlo, che delega alla macchina, e che algoritmi, macchine e intelligenza artificiale assemblano in un ritratto che lui non ha mai scelto di farsi.
Con profondo rispetto,
Gianni Dell’Aiuto
Avvocato e autore di Homo Googlis




