Babbo Natale ha aperto un profilo social
Piccolo manuale per inventare un’eroina del 1945 e offendersi se qualcuno chiede le prove
Ammettiamolo. Quando da bambini abbiamo scoperto che Babbo Natale non esisteva, fu un trauma. Avevamo addirittura le prove: i regali sotto l’albero, i biscotti spariti, la testimonianza concorde di mamma e papà )chi più attendibili?). Avevamo tutto. Mancava solo lui.
Poi siamo cresciuti, abbiamo imparato a distinguere la fantasia dalla realtà e ci siamo iscritti ai social. Lì abbiamo scoperto che Babbo Natale non solo esiste, ma pubblica tutti i giorni, ha migliaia di follower e, se gli chiedi i documenti, si offende.
Per chi volesse cimentarsi nell’arte, ecco un breve manuale operativo.
Primo: scegliete una storia credibile con un personaggio che fa tendenza
Niente supereroi, ma una persona normale, con nome e cognome, dentro una tragedia vera. Per esempio, Keiko Mori, maestra giapponese di ventidue anni che, nel giugno 1945, durante la battaglia di Okinawa, riceve l’ordine di far suicidare i suoi trenta alunni con le bombe a mano. Lei rifiuta: «Vivete. Qualunque cosa vi dicano, dovete vivere.»
Applausi. Lacrime. Condivisioni. Like.
Secondo: aggiungete dettagli, tanti dettagli che fanno tenerezza
Keiko nasconde i bambini in una grotta per giorni, canta per rassicurarli e insegna l’aritmetica con i sassi. Quando arrivano gli americani esce per prima, sventolando una camicia bianca. Un soldato sta per sparare, vede i bambini, abbassa il fucile e tira fuori il cioccolato.
Il cioccolato è fondamentale. Nessuna storia commovente ha mai perso punti per un po’ di cioccolato.
Terzo: erigete un monumento
Una storia vera che si rispetti ha una statua. Quella di Keiko sarebbe stata eretta nel 1975, e non importa dove. Il monumento ha anche un grande vantaggio: nessuno va a controllare se esiste.
Funziona come quel cugino di un amico che ha visto tutto: c’è sempre, ma non si trova mai quando serve.
Quarto: procuratevi una foto d’epoca, anche se l’epoca è la settimana scorsa
A chi scrisse Biancaneve e Cenerentola non servirono immagini. Oggi, però, un’immagine in bianco e nero, un po’ sgranata e con l’aria vissuta, che una AI confeziona tra un caffè e una call, fa hype ed è utile.
Quinto: ignorate la storia vera, perché è peggio della vostra e non genera engagement
Il 25 giugno 1945 un fotografo militare americano ritrasse una bambina di sette anni che usciva da una grotta con una bandiera bianca improvvisata. Si chiamava Tomiko Higa. La foto è negli archivi, e lei ha raccontato tutto in un libro di memorie. Anche la tragedia degli studenti di Okinawa è documentata, a partire dalle ragazze Himeyuri.
Ma la realtà ha un difetto imperdonabile: non ha la sceneggiatura giusta. E manca il cioccolato.
Sesto: gestite il guastafeste
Perché qualcuno che chiede si trova ancora. Sotto uno dei post dedicati a Keiko, qualcuno potrebbe scrivere “Potrebbe gentilmente citare le fonti?”
Gentilmente. Nessun insulto, nessuna polemica. Una richiesta di una semplicità disarmante, quasi maleducata.
La risposta deve essere da manuale. Richiamate genericamente gli archivi della Prefettura di Okinawa, senza indicare alcun documento. Poi chiarite che lo scopo è diffondere contenuti positivi, parabole laiche, e che il messaggio conta più dell’autenticità.
Tradotto: Babbo Natale non esiste, ma hai comunque i regali, quindi smettila di fare domande.
La stria, ovviamente, è inventata. Ma ha avuto abbastanza condivisioni per avere l’attenzione corretta, non quella di chi si lascia prendere dai post strappalike emotivi.
La società giapponese Sola.com, che monitorava la disinformazione in vista delle elezioni a Okinawa, ha ricostruito il percorso della storia. La prima apparizione risale al 24 agosto 2026, in un gruppo Facebook in inglese dedicato alle foto storiche. L’immagine allegata non esisteva da nessuna parte. Poi la storia ha viaggiato: siti acchiappaclic, cinese, giapponese, arabo, francese, polacco, portoghese.
E Keiko non si è fermata lì. Negli stessi giorni il suo nome è stato usato anche per una “madre di Nagasaki” e per una “madre di due figli”. Un’eroina multitasking. Nemmeno Babbo Natale fa tante consegne in una settimana.
Esopo, almeno, era onesto. Nessuno pretende il certificato di nascita della volpe che parla con l’uva e lui non ha citato una data precisa, davanti a testimoni. La favola dichiara di essere una favola, ed è questo che la rende onesta.
Quando invece si attribuisce un gesto eroico a una persona con nome, età, luogo, data e monumento, non si racconta una parabola: si afferma un fatto. E se il criterio diventa «è falso, ma fa stare bene», si apre un mercato interessante.
Perché, quindi, non una bugia che fa indignare? O una che conferma un’opinione politica? O una che ci fa odiare il vicino? Chi decide quali menzogne meritano il bollino etico?
L’Homo Googlis ha a disposizione archivi di tutto il mondo e strumenti di verifica che nessuna generazione aveva mai avuto. Controllare una storia richiede cinque minuti. Ma cinque minuti sono un’eternità quando il dito è già sul tasto «condividi».
Così abbiamo rovesciato le parti. Chi inventa è un divulgatore di valori, chi verifica è un cinico. La credulità è diventata sensibilità, il dubbio è diventato cattiveria.
Abbiamo costruito macchine capaci di produrre migliaia di Babbi Natale, con barba, foto d’epoca e statua commemorativa. E quando qualcuno ci fa notare che la barba è di cotone, ce la prendiamo con lui.
Non perché abbia torto. Ma perché ci ha rovinato la festa.




